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Un viaggio a Torino in cinque palazzi Una Torino insolita attraverso cinque edifici unici: dall'epoca barocca fino ai nostri giorni

Un tour per le strade di Torino alla scoperta di case uniche: dalla Fetta di polenta al palazzo con il piercing, dalle curve neoliberty all'edificio "più bello del mondo", fino alla foresta in città

Un viaggio attraverso cinque palazzi, la bellezza, il fascino e l’unicità di Torino quando si tratta di passeggiare per le sue vie. E’ l’eredità di una città un tempo capitale di un regno, è l’eredità di una dinastia (quella dei Savoia) che a corte preferiva convocare architetti e ingegneri piuttosto che pittori e musicisti. Per questo Torino è un museo da visitare all’aperto, senza pagare un biglietto. Si gira per le strade, non per le sale. Si ammira e si applaude.

Casa Scaccabarozzi
Se uno dice Casa Scaccabarozzi, viene in mente poco o nulla. Con un cognome del genere, poi, tutt’altro che piemontese. Ma se uno dice Fetta di polenta, ecco che l’attenzione si illumina e subito porta in via Giulia di Barolo, al civico numero 9. Parliamo di uno dei palazzi più singolari, non soltanto di Torino. Un esempio simile, per forma, è il Flatiron Building, a New York. Simile, ma non eguale. Perché le dimensioni contano, eccome, e il genio di Alessandro Antonelli è riuscito a realizzare in uno spazio minuscolo quanto per altri era follia. L’architetto novarese, nell’Ottocento, è coinvolto nel progetto di riqualificazione del quartiere Vanchiglia, a tutti noto come “del Moschino” per definire l’insalubrità del posto. Un piano voluto dai marchesi di Barolo, Tancredi e Giulia, e che al centro pone la realizzazione di nuovi edifici. Come il palazzo che sorge all’angolo tra corso San Maurizio e via Vanchiglia, in cui Antonelli è parte importante. Come ricompensa, tra l’altro, l’architetto riceve un pezzo di terreno lì vicino. Vorrebbe costruire un palazzo, chiede di acquistare i terreni circostanti, viene respinto. E così, per sfida, realizza – dal 1840 alle modifiche del 1881 – un edificio trapezioidale, largo 16 metri sulla facciata di via Giulia di Barolo, 4,35 metri su corso San Maurizio e appena 54 centimetri nel lato opposto più stretto. E’ casa Scaccabarozzi, costruita per la moglie Francesca. E’ la Fetta di polenta, per forma e per colore (giallo). Sono sette piani fuori terra e due sotto per garantire la stabilità, con molte finestre e balconi realizzati in maniera tale da dare la maggiore vivibilità agli alloggi, uno per piano. La consideravano una follia, invece la Fetta di polenta resiste all’esplosione della regia polveriera di Borgo Dora, il 24 aprile 1852, e al terremoto del 23 febbraio 1887. E oggi è uno degli obiettivi più ricercati per una foto ricordo.

La Fetta di polenta, opera di Alessandro Antonelli nel quartiere Vanchiglia
La Fetta di polenta, opera di Alessandro Antonelli nel quartiere Vanchiglia

Palazzo Urbani


In via Palazzo di Città, al numero 19, si trova Palazzo Urbani, classico edificio del Diciottesimo secolo, di fronte alla Basilica del Corpus Domini. Ma se sollevate lo sguardo, se andate al quarto piano, vedrete la classicità “sporcata” da un insolito cerchio con un pallino, con ai lati gocce (dipinte) di sangue: blu da una parte e rosso dall’altra. E’ il “palazzo con il piercing”, per un’installazione artistica che, nel 1996, avrebbe dovuto resistere per lo spazio di Biennale giovani e che ha trovato una definitività grazie all’originalità dell’opera. Si chiama “Baci urbani”, ideata dall’architetto Corrado Levi insieme con Cliostraat, gruppo sperimentatore in campo artistico e architettonico. Ma per tutti è il “piercing”.

Palazzo Urbani, ovvero "la casa con il piercing", in via Palazzo di Città
Palazzo Urbani, ovvero “la casa con il piercing”, in via Palazzo di Città

Casa dell’obelisco
L’obelisco è quello di piazza Crimea 2, eretto per ricordare la guerra cui, tra 1853 e 1856, lo stato sabaudo prende parte per entrare nei giochi politici delle grandi potenze europee. Di fianco c’è quella nota a tutti come Casa dell’obelisco. Un edificio-provocazione, come venne definito nel Ventesimo secolo. In una Torino che, a metà anni Cinquanta (e, peggio, ancora dopo) veniva su tutta eguale per il boom economico, l’impresa Mollino chiede agli architetti Sergio Jaretti ed Ezio Luzi di costruire qualcosa di totalmente diverso. Ed ecco così inserirsi, nelle forme squadrate della città, una facciata curvilinea, sinuosa, insolita. I due architetti hanno in mente la lezione di Antoni Gaudí e di Frank Lloyd Wright, disegnano un edificio definito neoliberty, con un ingresso a forma di ostrica, adoperando esternamente strati di pietra artificiale e rendendo rettilineo all’interno (le pareti degli alloggi) ciò che rimane curva fuori.

Casa dell'Obelisco in Crimea- Jaretti e Luzzi
Le curve sono il segno inconfondibile della Casa dell’obelisco, ai piedi della collina

The Number Six
Nel 2015 Torino scopre di possedere la casa più bella del mondo. E’ il riconoscimento Building of the year assegnato da ArchDaily. Un premio che va al Palazzo Valperga Galleani di Canelli di Barbaresco, edificato nel 1663 da Maurizio Valperga e ampliato nel 1781 da Michele Luigi Barberis. Al numero 6 di via Alfieri, a pochi passi da piazza San Carlo, sorgeva questa costruzione, pensata come “edificio da reddito” nobiliare. Fino a quando non entra in scena l’architetto Luca Petrone che, rispettoso delle indicazioni della Soprintendenza ai beni architettonici e culturali del Piemonte, trasforma un palazzo barocco di 6.500 metri quadri in 36 appartamenti dall’ultratecnologia domotica, con una rete di comunicazione informatica interna e una mansarda trasparente che ospita un centro benessere. All’apparenza una casa di ringhiera, nella sostanza The Number Six è una dimora di lusso per pochi eletti, inaugurata a inizio 2013 e in grado di sbaragliare tremila avversari due anni dopo. Per pochi ma comunque per tutti, perché il cortile che ospitava un giardino barocco è stato ripensato da Richi Ferrero con le sue installazioni, in cui le luci giocano un ruolo predominante. E per questo è stato inserito in Luci d’artista.

The number six, ovvero la casa più bella del mondo, a due passi da piazza San Carlo
The number six, ovvero la casa più bella del mondo, a due passi da piazza San Carlo

25 verde
Se non è possibile portare le case in mezzo alla foresta, in via Chiabrera 10 hanno fatto l’opposto. E’ questa l’idea dell’architetto Lucianio Pia che, tra 2010 e 2012, realizza 25 verde, un palazzo in cui la vegetazione ha un ruolo primario, e non solo per la vicinanza al Parco del Valentino. Parliamo di un edificio-foresta: verde verticale sulla facciata, verde pensile sulla copertura, fioriere e giardino. Strutture di acciaio esterne sorreggono enormi cestelli, contenenti piante che mettono radice davanti alle abitazioni: 150 alberi ad alto fusto e una cinquantina più piccoli. Di giorno producono 150.000 litri di ossigeno all’ora, di notte assorbono 200.000 litri di anidride carbonica, sempre all’ora. Una barriera che protegge dal rumore del traffico e dalle insidie delle polveri sottili, creando un microclima benefico che segue il corso delle stagioni. A questo si aggiunge un’attenzione all’efficienza energetica, e quindi: protezioni dai raggi diretti del sole, recupero delle acque piovane (riutilizzate per la foresta), pareti ventilate, produzione di caldo e freddo con pompe di calore ad acqua di falda, economizzatori di acqua con risparmi del 40/50% rispetto ai sistemi tradizionali. Sessantatré appartamenti che vivono in un polmone verde.

25 verde, ovvero una foresta portata nel cuore della città per una casa ultraecologica
25 verde, ovvero una foresta portata nel cuore della città per una casa ultraecologica

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