Sentieri del Capricorno

L’università del cane da tartufo di Roddi: una scuola particolare A Roddi, in provincia di Cuneo, esiste un’università particolare dove i cani studiano per «laureare» il proprio olfatto alla ricerca dei tartufi più pregiati.

Fondata a fine Ottocento, l’università del cane da tartufo di Roddi è un luogo unico. Qui da quattro generazioni la famiglia Monchiero addestra l’olfatto e insegna tecniche di cerca ai cani, pronti a scoprire i tartufi sepolti sottoterra.

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In un tardo, afoso luglio del 1955, un giovane Emilio Fede si fece accompagnare a Roddi per incontrare il rettore di un improbabile ateneo: Battista Monchiero, meglio noto come Barot II, a capo dell’università del cane da tartufo. Battista era figliolo di quell’Antonio Monchiero – Baròt I – classe 1855, che nei tardi anni del secolo precedente aveva avuto la bella trovata di aprire una scuola per cani in una malandata dépendance del diroccato maniero di Roddi e di chiamarla «Università». Di Antonio poco si conosce, se non che in Langa era assurto al rango di fenomeno anche perché si diceva fosse severissimo con le sue bestie che addestrava a fame e bastonate: baròt in dialetto piemontese significa bastone, e da tale etimo dipese il soprannome. Battista, classe 1880, gli successe e lo superò in fama di gran lunga. Fede fu scarrozzato presso la sede malandata dell’università posta sulla collina di Roddi. Qui si svolse la solita manfrina del bastardino che scovava senza difficoltà un piccolo e vecchio scorzone nero sotterrato in precedenza da Battista; Emilio ebbe modo di ascoltare i vari comandi in dialetto: «Forsa Black, bèica bén, bèica, bèica… pija, pija ra trifora». Il giornalista, incredulo, fu soddisfatto di tutte quelle operazioni e pubblicò il suo articolo sul settimanale il 6 agosto del 1955.

Battista Monchiero

Neanche tre anni prima, un luminoso novembre del 1952, quasi le stesse scene avevano coinvolto Robert Littell, giornalista americano freelance, abbastanza famoso e già collaboratore di Harper’s Bazaar. Arrivato in Langa così descrisse Battista Monchiero: «Un ometto piccino dal viso piacevolmente segnato come la corteccia di un bell’albero antico. Il suo sorriso era quasi del tutto sdentato ma nei suoi occhi acquosi brillavano i tre quarti di secolo ch’egli aveva trascorso con gli animali, la terra e il cielo aperto. Con il cappello nero, la giacca e il panciotto neri, i calzoni a righe nere a cui mancava un bottone, faceva pensare a uno che fosse stato invitato a nozze vent’anni prima, ma che d’allora non si fosse mai tolti di dosso quei panni da festa. Da una spalla gli pendeva uno zappettino dal ferro ricurvo e consumato a forza di scavare a fondo per dissotterrare i tartufi».

Il Rousseau dei cani

La nipote di Battista, Carolina, detta Carla, nel 1933 aveva scritto per lo zio la canzone Viva l’Università dei cani. Un giornalista dell’Illustrazione Italiana andò a intervistarlo e lo definì il «Rousseau dei cani» per il modo di dialogare con tutti, sempre colorando il discorso con massime e proverbi di saggezza popolare langhetta ed esprimendosi soltanto nel suo strettissimo e peculiare dialetto. Battista Monchiero era un trifolao eccellente: ottenne il primo premio ad Alba nel 1934, ripetendo l’exploit nel 1953, con un tartufo di 755 g venduto a un ristoratore torinese per 22.000 lire. Nel 1938 il giornalista Antonio Antonucci pubblicò un lunghissimo servizio sul quotidiano La Stampa: «Per trovare il prezioso fungo l’uomo ha bisogno del maiale o del cane. Il primo possiede, forse, un fiuto più marcato ma è indisciplinatissimo e cerca il frutto al solo scopo di mangiarselo. Il cane invece non sa proprio cosa farsene del tartufo, lietissimo invece di cederlo all’uomo per un tozzo di pane e per consolidare la loro tradizionale amicizia. Esso è quindi preferibile ma bisogna prima istruirlo. Qui entra in scena il prof. Barot il quale possiede in proposito un’abilità eccezionale e una sede universitaria dove raccoglie, ogni anno, da trenta a cinquanta alunni, per lo più involontari. I poveretti sono ospitati in una catapecchia dove vivono a contatto di costole, o in un cortile non certo più vasto. Qui li terrorizza un ammonimento a carattere stampatello: felice quel cane che studia – e per quello che non studia la dieta è rigorosa. Bugia, la dieta è rigorosa per tutti e due».

La stirpe dei Barot

Ogni anno, durante la fiera, nel cortile della Maddalena accanto all’Osteria di Langa, Battista Monchiero era solito allestire un recinto con i suoi cani e offriva dimostrazioni di ricerca: lo fece per il principe Umberto, per il maresciallo Badoglio e per tanti altri illustri personalità accorse all’inaugurazione della manifestazione. Fra i suoi sei figli, Pasquale Monchiero venne nominato Baròt III, e tenne in vita la scuola allestendo il tradizionale carro per la fiera del tartufo fino agli anni Settanta; nel 1963 mandò un tartufo di 600 gr alla fiera di Liegi. Nel 1965, il 14 agosto, la stampa nazionale diede risalto alla notizia che un cane terrier del Canada avrebbe seguito il corso presso la prestigiosa università di Roddi d’Alba, nelle Langhe.

Purtroppo, Baròt III era stato costretto a chiudere la gloriosa attività di famiglia nei primi anni Settanta. Ma certe faccende non possono svanire senza lasciar traccia: durante il decennio successivo, grazie alla passione e alla tenacia soprattutto del sindaco di Roddi, l’avvocato Elsa Malferrari, nel 1989 Giovanni Monchiero, classe 1963, nipote di Battista Monchiero, cedendo alle insistenze provenienti da più parti, ai primi di agosto accettò di riaprire l’università per cani da tartufo, e dunque di assumerne la carica in qualità di Rettore Magnifico con il titolo di Baròt IV.

L’università oggi

Franco Piccinelli, in quell’occasione, redasse per La Stampa un servizio da par suo: «Dicono che la scuola, così come molte istituzioni, sia in crisi, però è vero che c’è scuola e scuola, e particolarmente una ce n’è che gode di ottima salute. Si tratta della scuola per cani da tartufo di Roddi d’Alba, nelle Langhe, costituta un secolo fa e assurta al rango di Ateneo. Gli allievi, tanto più intelligenti quanto più nati da arzigogolatissimi incroci genetici, provengono da tutto il Piemonte anche se è la provincia di Cuneo a far la parte del leone nel fornirli: Monforte, Barolo, Novello, La Morra, Castiglione Tinella, Neive, Barbaresco, sono paesi di grande tradizione enologica, ma sono altresì territori molto dotati della spontanea germinazione del preziosissimo […] tartufo bianco che racchiude in sé, garantiscono gli esperti, un bouquet universale di profumi e di sapori. […] Veniamo alla «storica» Università di Roddi, il cui anno accademico è stato aperto nei giorni scorsi alla presenza delle massime autorità […]. All’Università di Roddi gli «stages» costano trecentomila lire, consistono in lezioni teoriche e pratiche, ma superata la tesi, ecco che un buon cane laureato può valere dai sei agli otto milioni, e in una stagione può fruttare quattro volte tanto in fatto di tartufi dissotterrati: perciò la frequenza universitaria risulta un buon investimento». Oggi il Magnifico Rettore dell’università è sempre Giovanni Monchiero, Baròt IV. Un master per cani da tartufo costa poche centinaia di euro per un periodo di circa quattro settimane. A Roddi, nell’antica sede dell’università, addossata allo splendido maniero restaurato, è stato anche allestito un museo, omaggio all’intera dinastia Baròt.

 

 

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